venerdì, 31 agosto 2007, ore 16:17
scarabocchiato da Lunatik in

"Chi scrive non sarà mai nudo. Indosserà un abito scuro e anonimo, fatto di polvere. Briciole di sogni e ricordi"

(Dudu Valdir, 1972)


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mercoledì, 29 agosto 2007, ore 15:52
scarabocchiato da Lunatik in

  Ogni anno sto lì a ripetermelo. E, puntualmente, non metto mai in pratica i miei propositi.

Che dovrei andarci, a Venezia. Non solo guardare la Mostra dall'esterno, ma esserci.

http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/venezia/star-e-feste/star-e-feste/star-e-feste.html

(...cavoli, quest'anno c'erano anche loro, George e Brad!!

 ...uff!)


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martedì, 28 agosto 2007, ore 12:13
scarabocchiato da Lunatik in

4 minuti.

E' il tempo che ti ci vuole per mettere la chiave nella serratura, entrare e far tornare la vita nella casa abbandonata per un pò...è il tempo che ti ci vuole per ripetere quel gesto meccanico fatto mille volte senza pensarci ma che, ora, ti sembra così dolceamaro, perchè, ora, ti riporta al tuo mondo familiare e abitudinario, accogliente e tranquillo, ma pieno dei mille casini della tua esistenza che avei lasciato irrisolti..almeno, per un pò.

Per le vacanze, sì.

Che ora, varcata la soglia di casa tua, ti sembrano lontane secoli, ricordo vivido e sbiadito insieme, di un tempo sospeso, lontano da tutto e tutti, come non fosse mai avvenuto, come fosse etereo, pura, lieta, fantasia.

Invece, è avvenuto... che sono stata in Belgio e poi in Puglia...e ora, sono di nuovo qui. A combattere nel mio mondo precario...e anche a godermi la mia città che piano a piano si ripopola.

Così, ieri sera sono andata al Parco del Poggio, dove ogni anno si tiene d'estate una rassegna cinematografica all'aperto. Ieri c'era la luna piena, tonda tonda, il cielo era di un blu intenso e, tutto intorno, anche gli alberi del parco, l'erba, il ruscelletto che separava la platea dallo schermo, tutto sembrava imbevuto di quella luce lunare, tutto sembrava un immenso specchio blu...E' suggestivo vedere un film immersi in una cornice simile, mentre senti il vento che ti accarezza, e intorno a te c'è solo natura, natura, silenzio. E il film.

Non so se sia stata l'atmosfera...ma, complice la situazione, il film che ho visto ieri sera mi è piaciuto moltissimo. "4 minuti" (pellicola del tedesco Chris Kraus) è uscito quest'inverno e, come al solito, quando un film vale davvero la pena di essere visto al cinema, è sopravvissuto nelle sale per una settimana appena...

La storia potrebbe, a prima vista, sembrare delle più banali e retoriche: un carcere, violenza, il contatto tra due vite simili ma distanti, unite dalla pietà di un'esistenza segnata da sofferenza e dolore e dall'immenso amore per il pianoforte. Ma il regista non sviscera la tematica con toni smielati, o retorici, nè sfrutta l'elemento pathos per creare facili sentimentalismi. Quello che mi più mi ha colpito della storia è stato, anzi, proprio l'opposto: la spontaneità e la naturalezza con cui, mano a mano, conosciamo le protagoniste, con cui veniamo immersi in questa atmosfera di estremo dolore e ineluttabilità, che non concede riscatto, se non attraverso la musica. Jenny è una ragazza che ha alle spalle un passato triste, ingiusto, che l'ha portata a scelte di vita estreme, a rispondere al dolore col dolore, alla violenza con la violenza. Ma, se si siede al piano, quelle mani usate solo per colpire e distruggere, diventano strumenti divini, capaci di irradiare una melodia e un'armonia che sono, paradosslamente, distanti anni luce dal grigiore che la ragazza si porta dentro...La narrazione procede tutta così, con frammenti di ricordi alternati al presente, prolessi e analessi, in cui allo sguartdo si offorno solo istanti, pezzi di un puzzle che possono venir ricomposti nell'istante successivo o solo più in là, nella storia. Frammenti, pezzi di sguardo, come frammentata e disgregata è la vita di Jenny, come a pezzi è l'esistenza della sua vecchia insegnante di piano, segnata da un dolore che si porta dietro da tutta la vita. La donna convincerà Jenny a non sprecare il suo innato talento, la convincerà a partecipare a un concorso di musica e si avvicnierà a lei, mano a mano, nel corso della preparazione alla gara. Ma è un contatto ambiguo e ambivalente, una fusione di eros e thanatos insieme, nero e bianco, come i tasti di un pianoforte. Non c'è indulgenza per l'una, nè per l'altra. Le due donne non ricevono alcun riscatto, la loro vita non migliorerà dopo l'incontro. Semplicemente, le loro esistenze si sfiorano per un istante, condividono qualcosa di profondo - "Hai delle belle mani", dirà la vecchia e dura insegnante di piano a Jenny, alla fine di questo percorso di formazione, quelle stesse mani che, in un primo tempo, aveva ripugnato per il loro aspetto trascurato e duro ma che, ora, riesce a vedere finalmente sotto una luce diversa - che nasce dall'armonia della musica, che le unisce nonostante la distanza che le separa. D'età, di scelte di vita, di indole. Le unisce, per un istante, un soffio d'eterno che solo un pianoforte e la musica può darti. Un istante che dura 4 minuti d'esibizione, o poche settimane di allenamento al pianoforte, o due ore di pellicola. Ma che vale la pena di essere vissuto.

Buon rientro dalle vacanze a tutti...per quanto sia possibile.


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