venerdì, 29 agosto 2008, ore 12:34
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Troppa Italia a Venezia?

Per quanto mi suoni stranamente simile a certe tesi nazionaliste di un'epoca oscura che fu, io non storcerei troppo il naso. Non punterei il dito, soprattutto. Il cinema italiano quest'anno merita più di altri? Bè, allora ben venga. Non mi pare che 'il cinema a stelle e striscie non abbia lo spazio che meriterebbe', come ha lamentato 'Der Spiegel'. Mi sembra un pò il commento di un bambino spocchioso, abituato a stare al centro dell'attenzione, che improvvisamente si vede relegato a un ruolo meno centrale. Insomma, Hollywood la fa già abbastanza da padrone, e non sempre per meriti effettivi. Strapotere dei soldi non fa sempre rima con qualità. Si vede che ci sono annate migliori, e annate peggiori. Hollywood non frigni, e lasci il posto a chi di dovere. Una volta ogni tanto.

Qui trovate l'elenco dei film in concorso per questa 65esima edizione del Festival:

http://trovacinema.repubblica.it/festival-e-premi/venezia/dettaglio/I-film/350221


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venerdì, 29 agosto 2008, ore 11:01
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martedì, 26 agosto 2008, ore 17:09
scarabocchiato da Lunatik in ho visto cose che voi umani

No, vi prego.

Ditemi che dietro tutto questo c'è Maccio Capatonda!


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martedì, 26 agosto 2008, ore 15:32
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Il rito del diario mi attendeva ogni anno, alla fine dell'estate. Ci tenevo a comprarlo prestissimo, prima che iniziasse settembre, prima di tutti gli altri. Lo sfogliavo, iniziavo a colorarlo, e piano piano a immaginare quelle pagine di giorni, settimane e mesi, piene delle mille cose che sarebbero potute succedere, in quel nuovo anno di scuola. Cose belle e cose brutte, e sogni, tanti, troppi. Mi piacevano tutti quei colori, quei disegni di copertina, la sorpresa delle illustrazioni all'interno. Mi ci perdevo, nelle cartolerie. Poi, d'un colpo, è il rito stesso che si è perso. Chiuso, definitivamente, assieme alla maturità. Ricordo che l'anno successivo, forse per conservare segretamente il rito, comprai un'agenda, un'organizer per la precisione. Ero convinta che per l'università fosse essenziale, che facesse molto professional. Non l'ho usato neanche una volta.

Stamattina ho accompagnato mia sorella, come ogni anno, nel suo rito scolastico. Ora ci sono più marche, troppe marche, prima era impensabile l'esistenza di una casa d'abbigliamento formato diario. Quelli che ricordo io erano musi di gattini, cani sorridenti, al massimo Diddle o gli orsetti di Forever Friends. E mentre mi aggiravo tra le pile di diari con lo stesso, identico, spirito dei tempi che furono (ossia, 'oooooooooh' e occhi luccicanti ad ogni copertina colorata...), mi è venuto un pensiero strano. Quel rito, e con esso tante altre piccole usanze infantili, come comprare una bambola, il set da tè e i biberon magici, quelli che sembravano svuotarsi se li capovolgevi e invece non finivano mai, non sono mica archiviati, finiti. Si ripeteranno attraverso altri piccoli pezzi di te, a cui darai i tuoi occhi, o forse il tuo animo inquieto. E con cui tornare bambina.

Si cresce mai, per davvero?


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lunedì, 25 agosto 2008, ore 23:07
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'Alla luce del sole' è un film piccolo, asciutto, liscio. Non ci sono facili drammi, è la storia in sè a parlare da sola in tutta la sua, terribile, drammaticità. La storia di Don Pino Puglisi, ucciso a Palermo nel 1993. Perchè a Brancaccio aveva portato un insegnamento semplice, scomodo: camminate a testa alta, sempre.

Alla luce del sole, si svolge tutto. La mafia agisce nell'ombra, al buio di uno scantinato, nel salone di un barbiere, in una villa al riparo da occhi indiscreti. Don Puglisi, no. Lui è sempre avvolto da una luce calda, avvolgente. Muore in pieno sole, in piazza, sotto gli occhi di chi non vuol vedere. Faenza non commenta, lascia che le immagini e la storia scorra da sè, lui semplicemente la mette, appunto, alla luce del sole.

E sui titoli di coda non puoi fare a meno di chiederti, è servito a qualcosa? Qualcosa è cambiato? Poi la ricacci via, quella domanda, perchè fa troppo male. Perchè altrimenti nulla, nulla, avrebbe senso.

 


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lunedì, 25 agosto 2008, ore 15:29
scarabocchiato da Lunatik in paturnie

Ho letto 'La solitudine dei numeri primi'. Le prime pagine, le ho divorate.

Poi, piano piano, un telegiornale. Come quei Perugia e Cogne, e i pedoni investiti e le morti sul lavoro, e i rumeni che rubano e gli italiani razzisti, che ci bombardano ogni giorno - non che voglia chiudermi dietro la porta di casa e tagliare tutto fuori, ma odio quel ripetersi di notizie dello stesso genere e fattura, dopo che una tragedia ha dato il 'la', che magari prima non ci badava nessuno e poi, così, di colpo, sembra che non sia successo altro per decenni. Una catena di eventi tragici, che pensi, bè può capitare, ma che sfiga però. Forse un pò troppa, e troppo poco fortuita, mm. Insomma, mi sa un pò di facile sensazionalismo, che preme sull'acceleratore del dolore tanto caro alla nostra televisione e ai vari Cucuzza e D'Eusanio che in questo ci sguazzano e di questo campano, e condisce il tutto con una tormentata storia d'amore, che non guasta mai. Il ritmo è ben tenuto, lo spunto iniziale mi ha tenuta col fiato sospeso per un bel pò, mi piace l'analisi al dettaglio delle più piccole abitudini e manie del quotidiano. Ma, non so, alla fine i personaggi si sono impantanati nel salotto di Bruno Vespa, credo, e hanno perso il buono che avevano.

Caustica? Naaa. Sarà solo il ritorno alla vita normale, le tossine dell'urbe che lentamente rientrano in circolo. E, forse, non se ne erano mai nemmeno andate, vi dirò.

In compenso, il mio antidoto si chiama 'Boris'. Ge-nia-le. Se non girano la terza serie, mentre Incantesimo ci appesta da un decennio e Beautiful accompagna dalla culla intere generazioni, vado ad incatenare Vespa ai divanetti bianchi e metto pure in loop lo stacchetto di 'Via col vento'.

 

(sigla composta ed eseguita nientepopodimenochè, da Elio lui medesimo in persona. Le orecchie più fini noteranno chiaramente che la melodia è 'Effetto Memoria' del nuovo album degli Eelst)


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venerdì, 22 agosto 2008, ore 12:38
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La stazione della mia città è un grumo di disordine, contraddizioni, la ferita aperta di tutti i mali della città. Bè, non tutti tutti, ma gran parte. E' stata la prima cosa che ho visto tornata qui. Dieci giorni di assenza, solo dieci. Eppure mi sono sorpresa ad aver dimenticato il colore delle strade. Quella miriade di colori sull'asfalto grigio. Puntini bianchi, rossi, metallo. Cartacce e polvere. I miei occhi non ci erano più abituati, incredibile. Forse si erano assestati sulla modalità relax, pieni di azzurro e di verde, di pietre dalla forma levigata, dolce, su cui camminare con la libertà di costume e infradito, con i capelli bagnati, la pelle coperta di sabbia.

Ogni volta che torno da fuori, i palazzi mi sembrano più alti, chiusi a riccio sulle strade, soffocanti. Come il caldo umido che ti si appiccica addosso, e che ormai il mio corpo aveva disperso nell'acqua del mare, nell'aria limpida della sera, nel Paradiso artificiale dell'aria condizionata, lusso di questa breve vacanza.

Ieri sera ho rivisto 'Il Postino'. Inflessioni, colori, sfumature, della mia napoletanità. Di cui vado fiera, sbandierandola con orgoglio quando sono fuori, e mi chiedono se sono di Napoli-Napoli. Quando mi dicono, dall'accento non sembri napoletana, non parli mica in dialetto. Come fosse un fatto assurdo, strano, insolito. Ma anche il tuo balcone ha un filo che lo unisce a quello del palazzo di fronte, per stendere il bucato? Ma tu giri davvero con la borsetta al braccio, in città? Esci di sera, ma non hai paura? E la 'monnezza'? E la camorra? Quando i vicini di ombrellone ridono, 'Non lasciare la cicca in spiaggia, non fare il napoletano', e senti le guance arrossarsi, e vorresti alzarti e urlare qualcosa.

Ci metto un pò a riabituarmi a questa città, perchè un pò ti fa male tornarci. Come una persona ammalata, che in tua assenza non ha preso le medicine che doveva. E tu lo sapevi, e ti arrabbi con lei appena la rivedi. Ma poi, maledizione, l'affetto ti offusca la vista, la rabbia sparisce. E allora pensi, nessun posto è bello come casa mia.


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giovedì, 21 agosto 2008, ore 11:32
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(Lunatik sul belvedere toscano, Foto scattata da lui)

La valigia è troppo grande da disfare.

Il letto troppo piccolo.

Mi rigiro sul materasso troppo duro, guardando di fronte a me. Prima c'era lui, e il mare fuori. Ora c'è il muro della mia stanza. Il cane della vicina che abbaia troppo forte.

Devo svuotare la valigia, riporre le mie cose. Riporre il mare in un cassetto, svuotare la mia testa. Riprendere il ritmo.

Tornare figlia e sorella.

Non più solo me, e me sola.

E quando chiudo gli occhi la sera e li riapro al mattino, quando mi alzo, mangio, respiro, essere poi una metà.

Come il letto a una piazza in cui mi sono risvegliata da sola, stamattina, alla fine delle vacanze.


 


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sabato, 09 agosto 2008, ore 15:35
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Essì, contro ogni previsione, scappo.

Fuga breve, in verità, ma chi s'accontenta, gode.

Buone vacanze a tutti voi,

a chi parte e a chi resta,

a chi lavora e a chi viaggia.

E arrivederci a fine agosto.


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domenica, 03 agosto 2008, ore 12:33
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"Sai, la gente è matta. Forse è troppo insoddisfatta...

[...] Non far si che la mia mente
Si perda in congetture, in paure
Inutilmente e poi per niente..."

(immagine da Deviantart)


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